La nostra storia

Dalle ceneri di quello che prima era un piccolo teatro, dall’eleganza forse un po’ appannata, sorse alla fine degli Anni Sessanta, una taverna, di quelle semplici, con lunghe panche di legno, un oste da film, con la faccia burbera, che ti faceva scivolare la bottiglia di birra lungo il bancone e l’aria pregna di fumo. Ogni tanto c’era qualcuno che prendeva la chitarra oppure portava una fisarmonica e si improvvisava così un concerto, ma di quelli alla buona, con canzoni popolari, che conoscevano tutti e dopo qualche minuto cantava a squarciagola tutta la clientela. Prima ancora che aprisse l’osteria, questo luogo venne trasformato in un carcere militare. Dove ora c’è la prima sala si trovava la navata della piccola cappella e, dove ora c’è il bancone, era posizionato l’altare. Solo più tardi, con la chiusura del carcere, questa parte del complesso venne trasformata…
Un locale malfamato? Sì, in passato fu anche questo.
Fu prima che il mio ricordo si insinuasse fra le mura annerite dalle sigarette e i tavoli di legno lucido un po’ ammaccato. Fu in un giorno di fine aprile, quando l’aria diventa gentile e la gente sorride più volentieri, che venne fuori una delle mie vecchie fotografie. Era una foto di scena, in bianco e nero, naturalmente. Interpretavo Cin Ci Là, tutta vestita di bianco, coi capelli raccolti in una crocchia morbida. Il fotografo mi aveva ritratta mentre mi voltavo indietro… Fu un giovane cuoco a trovare quella fotografia, ultimo vestigio del teatro che fu la mia casa per tanti anni. Si innamorò del mio viso e non conoscendo il mio vero nome, decise di intitolare il suo locale “L’operetta”, in onore della mia professione di attrice e cantante.
Eh, sì, avete indovinato! Il mio ritratto è tuttora il simbolo di questo che oggi è diventato un ristopub, grazie al duro lavoro, alla dedizione e all’attenzione per l’alta qualità dimostrata dai suoi titolari e dai loro dipendenti, che credono nel potere della musica, nelle virtù della buona birra e del buon cibo e nella libertà che sanno dare solo le risate di cuore. Ah, volete sapere il mio nome, non è così? Mi chiamo Dalila… ma per tutti fui e sono la Signora dell’Operetta.